giovedì 18 novembre 2021

Una chiacchierata sugli alberghi infestati di Firenze

 E' giunto il momento di riprendere a rimpolpare un pochino il blog!

Quale occasione migliore se non questa? Ieri sera il mio fratellone Tommy (in arte Nector!) è stato intervistato dalla bravissima e simpaticissima Rosy del canale "Chiacchiere ed audiolibri di Rosanna Lia" per raccontare qualche aneddoto sugli alberghi infestati di Firenze... Oltre che a qualche curiosità riguardante la Firenze misteriosa. 

Anche io sono stata testimone di alcuni accadimenti misteriosi legati ad una delle strutture alberghiere di cui parla Tommy all'interno di questa chiacchierata. Più precisamente ho trascorso una nottata a dormire nella hall del suddetto albergo con la speranza di vedere o sentire qualcosa... Durante la serata ho scattato alcunee fotografie all'interno della struttura (si tratta di un luogo di notevole importanza artistica e storica) e, a una certa ora, munita di piumone gentilmente offerto dal fratellone, mi sono addormentata su uno dei divani della sala. Ironia della sorte vuole che quella notte sia scoppiato un fortissimo temporale: qualsiasi rumore avessi sentito avrei potuto imputarlo al maltempo. Mi sono svegliata alcune volte nel corso della nottata - mi capita spesso quando non dormo nel mio letto! - e tendevo l'orecchio sperando di sentire qualche cosa di interessante ma... Niente. Solo un cane che abbaiava. Il mattino dopo ho scoperto che nessuno degli ospiti aveva con sé un cane.. Oltretutto trattandosi di un posto nel bel mezzo delle montagne era molto difficile che vi fosse qualcuno che passeggiasse con il cane lì davanti (avrebbe dovuto scavalcare un cancello), specialmente con un tempo del genere. 

Ma la cosa che più mi ha sconvolta è stata quando mi sono messa a sistemare sul cellulare le fotografie fatte nella hall... E un volto di donna è apparso proprio lì davanti, in bella posa. Posso assicurare che non era nè la faccia di un cliente (ero sola), nè la mia nè quella di Tommy che, in quel momento, si trovava altrove.

Vi lascio di seguito il link alla puntata completa, ne sentirete davvero delle belle:


Per chi fosse interessato ad un tour sulla Firenze misteriosa ed esoterica, può contattare Tommy sul suo account Instagram

mercoledì 20 gennaio 2021

La leggenda di Re Bove

La figura del Re Bove è parte integrante della storia sannita: ne è testimonianza la leggenda narrante la fondazione di Bojano, il cui nome deriva da "Bovianum". Durante il Ver Sacrum, infatti, alcuni giovani sabelli giunsero nell'attuale Bojano guidati da un bove. L'animale si fermò presso le sorgenti del Biferno per rifocillarsi e i ragazzi, credendo questo un segno del divino, decisero di stabilirsi in quel luogo dando così origine alla prima colonia sannita. 

Ed ecco, quindi, che il bue diviene protagonista di leggende, tradizioni, rappresentazioni scultoree ed effigi monetarie, oltre che ad essere ricordato nei cognomi locali (come, ad esempio, Bove e Vacca) e nei nomi di alcuni paesi (Torella del Sannio e Toro).

Tra le leggende non possiamo non citare una delle più famose, quella del Re Bove. Questi s'era innamorato perdutamente di una sua congiunta (c'è chi parla di una sorella e chi, invece, di una figlia) e, per poterla sposare, scomodò nientemeno che il Papa ed il demonio in persona! 

In "Notizie historiche della terra di Ferrazzano" di Francesco De Sanctis (1699) leggiamo che:

[...] da vecchi Cittadini, così di Ferrazzano, come di altre convicine Terre è percorsa sempre voce, che un certo Re Bove avesse edificato sette Chiese nella nostra Provincia, e che una riguardasse l'altra, e tutte dedicate alla Gran Madre di Dio; la prima sarebbe quella nel Feudo di Monteverde della giurisdizione della Terra di Mirabello, la seconda la nostra di Ferrazzano, la terza la Collegiata di S. Lonardo in Campobasso, la quarta Santa Maria della Terra di Cercemagiore, la quinta Santa Maria detta della strada della Terra dell'Amadrice, la sesta il Duomo della Catedrale della Volturara, e della settima non hò notizia; e tutte sono di una medesima costruttura, cioè le mura esteriori con pietre lavorate a scalpello: nella cima, ed in altri luoghi rilevano alcune teste di Bue, da cui è nata la mentovata tradizione, che il Re Bove me sia stato il fondatore ingiontole per penitenza spirituale dal Papa per la dispenza ottenuta di potersi sposare una congiunta in moglie.[...]

Il Papa avrebbe pertanto chiesto al Re di edificare sette chiese in una sola notte: solo allora gli avrebbe accordato il matrimonio tanto desiderato. Il monarca, disposto a tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo, chiese quindi l'aiuto del diavolo promettendogli la propria anima in cambio. L'uomo e l'essere infernale trascorsero l'intera notte edificando chiese con i massi che il demonio gli trasportava direttamente dai monti circostanti e, al sopraggiungere dell'alba, prima ancora di aver ultimato la chiesa di Santa Maria della Strada, il Re Bove iniziò a pentirsi del patto sacrilego e chiese a Dio il perdono e la grazia. Si può immaginare la reazione del diavolo: accecato dall'ira scagliò un grosso masso contro il campanile della chiesa nel tentativo di distruggerla. Miracolosamente la roccia cambiò traiettoria e cadde conficcandosi nel terreno antistante il piazzale. Ed è ancora lì, dopo tutti questi secoli: la gente del posto lo chiama "il masso del diavolo".

Come il sopra citato De Sanctis afferma, però, non vi sono prove certe in relazione a questa leggenda:

[...] Però di consimil nome nè dentro, nè fuori d'Italia si legge nell'Istorie esservi giammai stato Regnante, che appellassesi Re Bove, se non se il favoloso Bove d'Antona nei Romanzi di Francia. Onde per accertarne il vero fondatore è d'uopo riunire tutte quelle notizie più veridiche che vi siano per render vera la Tradizione. Ed in primo luogo scorgesi allato del soprarco della porta maggiore della nostra Chiesa vers'occidente una pietra, in cui vi è scolpito l'anno 1005., e nell'Architrave di pietra vi è una iscrizione, di cui appena ne rilevano alcune lettere mentre da mano maligna, ed invidiosa furtivamente di notte fu fatta scancellare, come si è in altro luogo riferito.[...]

[...] Dal Rever. D. Lonardo Faicchia Arciprete della Volturara nell'anno 1695. vennemi similmente avvisato, esservi la medesima Tradizione in essa Città, che 'l fondatore del Duomo di quella Catedrale ne fosse stato il Re Bove, e che nel frontespizio di esso verso l'occaso, dove sta la porta maggiore vi sia una testa di Bue, e nel muro verso levante dentro la porta del Cimitero in mezzo di esso, vi sia una pietra che poco differisca dal marmo in cui vi siano scolpite queste Note con lettere maiuscole Consalvo. E che costui fosse Capitano del mentovato Re Bove, essendo così la commune tradizione di quei Cittadini. [...]

Franco Valente, architetto ed autore di diversi articoli e volumi di stampo storico ed artistico, racconta che, alla fine del Seicento, un canonico di Ferrazzano recatosi a Santa Maria della Strada (nell'attuale Matrice in provincia di Campobasso) fu particolarmente colpito dall'epitaffio scolpito in lettere gotiche su una tomba. Oggi sappiamo che tale epitaffio inizia con la parola "HOC" ma il canonico la tradusse come "BOA", dando così vita alla leggenda del Re Bove così come oggi la conosciamo.

Di particolare interesse a Santa Maria della Strada sono la facciata della chiesa, sulla quale sono ripetute più volte immagini bovine - quasi si trattasse di una "firma" del suo costruttore - ed un capitello collocato a destra del pulpito, sul quale sono rappresentate quattro misteriose figure. Una di queste rappresenta un basilisco, la cui lunga coda s'attorciglia ad un uomo il quale cerca di liberarsene aiutandosi con una roncola (strumento che rimanda all'economia contadina del luogo). Dobbiamo ricordare che nella tradizione iconografica cristiana il basilisco rappresenta il demonio, pertanto ci troviamo di fronte alla sintesi della lotta tra il bene ed il male. Nelle altre tre facce del capitello notiamo inoltre un re, una giovane donna ed uno strano cammello. Se è quasi scontato dare un significato alle due figure umane, a che cosa si riferirà invece quella animale? Nei libri profetici della Bibbia, i cammelli vengono menzionati nelle descrizioni delle città abbandonate da Dio. Dal IV secolo in poi, inoltre, il cammello veniva inoltre utilizzato per rappresentare la corruzione e la ricchezza, come indica Maria Raffaella Menna in "Magi e cammelli a Bisanzio". Alla luce di queste considerazioni ipotizzo (e lungi da me la pretesa d'averci visto giusto) che il capitello possa rappresentare il movente della nostra leggenda: il Re Bove, la fanciulla di cui s'era innamorato, l'abbandono alla corruzione (e, quindi, l'allontanamento dalla "retta via") e lo scontro finale tra il bene ed il male. 

Per un maggiore approfondimento su Santa Maria della Strada vi rimando a questa pagina perchè le curiosità iconografiche non finiscono qui, anzi... 

© Monica Taddia

Foto tratte da www.centrostoricocb.it - www.francovalente.it



domenica 13 dicembre 2020

Il mistero della Marmacula

Il Natale è alle porte, il freddo si fa sentire e le serate sotto al plaid assieme ad una bella tazza di tisana calda hanno rimesso in moto la voglia di scrivere. 

Il nostro viaggio di oggi ci porta verso terre di confine tra Emilia e Veneto, precisamente a Mezzogoro - frazione di Codigoro - in provincia di Ferrara. Da queste parti, quando si ha a che fare con qualcuno di credulone, sarà facile sentir dire che "l'è una marmacula".

Ma da cosa deriva questo termine e che cos'è esattamente la maramacula?

Pare che l'etimologia derivi da documenti medievali che indicavano le lagune e le valli contraddistinte da zone d'acqua ed avvallamenti detritici con il termine "mare a macula". Si fa anche riferimento ad "amara macula", una scritta stinta dall'acqua presente su una mappa o un itinerario.

Qualcuno dice che si tratti di un insetto, altri di un pesce dalle scaglie dorate e dalla pinna caudale color arcobaleno, ma l'ipotesi più plausibile è che sia, invece, un mammifero dall'aspetto mostruoso. Tutti sono concordi nell'affermare che la creatura viva nei canali dal basso fondale presenti nella zona e che sia d'indole notturna. Ad avvalorare la tesi del mammifero vi sono voci che vorrebbero la pelliccia dell'animale una delle più pregiate al mondo: chiunque riuscisse ad impossessarsene e venderla ne ricaverebbe cifre da capogiro!

La leggenda però pare avere radici molto meno fantasiose. Tutto sarebbe nato dallo scherzo di alcuni ragazzi che, stanchi delle continue "prodezze" narrate da un loro coetaneo, lo convinsero a dare la caccia alla maramacula, un animale notturno molto pericoloso che infestava le acque dei canali del paese. E così, una notte di luna piena, questi si mise sulla sponda di un canale, con un sacco tra le mani, in pieno appostamento. Inutile dire che passò ore ed ore all'addiaccio senza concluder nulla. 

Si racconta anche di qualcuno che, convinto d'aver visto la marmacula all'interno di un pozzo, si sporse troppo e ci cadde dentro come un allocco per poi rendersi conto di esser stato semplicemente attratto dai riflessi della luna sull'acqua.

Gli abitanti del paese sono talmente affezionati alla maramacula da averne fatto una vera e propria mascotte, indicendo in suo onore una sagra che si svolge ogni anno nel mese di Giugno.

Nel 2016 lo scultore Enrico Menegatti ha donato al comune di Mezzogoro la sua personale rappresentazione di questa creatura leggendaria: la foto è tratta dalla pagina Facebook dell'artista.



© Monica Taddia

giovedì 12 marzo 2020

L'anello di San Marco

Venezia, 25 febbraio 1342. Era una notte buia, fredda, di burrasca. "L'acqua cressie zerca cinque pie, plui major che se arichordasse guastando pozzi infiniti et molti restono anegati ne le case, o morti dal fresco": questo è il ricordo che ce ne viene trasmesso dai cronisti dell'epoca. 

Proprio quella notte, sulla Riva degli Schiavoni, un pescatore stava legando la propria barca ad una briccola, onde far ritorno alla propria dimora. All'improvviso un uomo in età avanzata gli si avvicinò chiedendogli urgentemente un passaggio verso l'Isola di San Giorgio. 
"Si tratta di una questione di vita o di morte" spiegò.

Il pescatore, pur stupito, decise di accettare l'incarico. E nonostante il tempo stesse notevolmente peggiorando, facendosi forza, giunse all'isola. Qui lo sconosciuto scese dalla barca e dopo aver chiesto al suo traghettatore d'attenderlo, si recò all'interno della chiesa di San Giorgio Maggiore, dalla quale uscì poco dopo assieme ad un giovane che aveva tutta l'aria d'essere un guerriero. 
Entrambi chiesero al pescatore di accompagnarli al Lido e, di nuovo, questi accettò, probabilmente ancor più sbalordito di prima. 

Ed ecco che al Lido, sotto violenti scrosci di pioggia, i due sconosciuti entrarono a San Nicolò, per poi uscirne con una terza persona e chiedere al pescatore di accompagnarli in mare aperto.
Ormai quest'ultimo era preso da una specie di euforia, quasi ad esser ben deciso di arrivar dritto in fondo alla faccenda. 

Non appena i tre uomini montarono in barca, improvvisamente, la pioggia cessò, il mare si calmò, la laguna divenne silenziosa. Nella notte illuminata dalle saette, ben presto si ritrovarono al largo. 
Di colpo un lampo illuminò qualcosa di spettrale: un galeone infuocato e carico di diavoli neri come la pece. Le onde divennero altissime.
Allora l'uomo più anziano si pose a prua, mentre la barca del pescatore si fermava sulla cima dell'onda più alta, e con un segno della croce ordinò agli spiriti maligni di andarsene. 
Presto una voragine si aprì proprio in mezzo al mare, inghiottendo al suo interno il galeone e i suoi malefici passeggeri. E quando tutto fu nuovamente calmo, avvicinandosi al pescatore, l'anziano rivelò la sua identità: egli altri non era che San Marco, mentre i suoi compagni erano San Giorgio e San Nicolò. I tre protettori di Venezia s'erano riuniti mossi a pietà dalle continue preghiere dei veneziani, onde salvarli da un maremoto provocato dalla maledizione di un misterioso Maestro di Scuola appartenente ad una delle più potenti Confraternite veneziane. 

Secondo alcuni cronisti dell'epoca-  tra cui Sabellico - si scoprì nel giro di poche ore che tal maestro, l'alchimista Messer Simonetto, era di San Felice e quella stessa notte "sia sta trovado apichado per la gola con una centura".

A seguito delle proprie spiegazioni, San Marco donò un anello al pescatore, chiedendogli di consegnarlo al Doge e promettendo che, assieme ai suoi due compagni, avrebbero protetto Venezia da ogni avversità futura. 

Non fu facile per il pescatore farsi ricevere dal Doge, ma quando riuscì nella propria impresa, Bartolomeo Gardenigo riconobbe il prezioso anello di San Marco, del quale era stata denunciata la scomparsa dalla Basilica proprio alcuni giorni addietro.
Il pescatore venne ricompensato con una ricca pensione e per tutta la vita non potè fare a meno di pensare a quella notte di tempesta in cui anche grazie a lui la città di Venezia fu salvata dalle forze del male.

Di questa leggenda esistono diverse varianti: alcuni l'ambientano due anni prima, altri concordano sul fatto che il terzo santo non fosse Nicolò bensì Teodoro. Di essa si celebra però il ricordo anche attraverso l'arte. Nel Cinquecento, il pittore veneziano Paris Bodoni dipinse "Consegna dell'anello al Doge", ora conservato alle Gallerie dell'Accademia di Venezia, mentre all'interno della Basilica di San Marco è conservato un arazzo del fiammingo Jan Rost dedicato alle storie del santo.

Immagine: Consegna dell'anello al Doge, Paris Bordon, 1534

© Monica Taddia

lunedì 10 settembre 2018

La Vecia Barbantana

La Vecia Barbantana è conosciuta in Veneto come una strega molto cattiva, molto brutta e con una discreta gobba sul groppone. Vestita costantemente di nero, s'aggirerebbe di paese in paese alla ricerca di bambini incustoditi al fine di catturarli e mangiarseli. Che ci riesca o meno, una cosa è certa: non sempre pecca di furbizia. Di seguito trovate una favola molto conosciuta sia in Veneto che in Emilia Romagna (in questa seconda regione con alcune varianti: la Vecia è una strega senza nome e il protagonista si chiama Pirinpinpin.) 

Pieréto e la Vecia Barbantana
C’era una volta un bambino di nome Pieréto. Un giorno durante una passeggiata vide un bel pero carico di frutti maturi, e pensò tra se: "Adesso mi arrampico sull'albero e mi faccio una scorpacciata di pere", e così fece.
In quel mentre passava di là una vecchia di brutto aspetto: era la Vecia Barbantàna, una strega cattiva che rapiva i bimbi, li metteva nel sacco e poi se lì mangiava.
La strega si fermò proprio sotto l'albero e chiese a Pieréto di buttargli giù una pera.
Ma Pieréto, che aveva sentito parlare di questa vecchia, le rispose: "No, perché tu sei la Vècia Barbantàna e mi metterai nel sacco". Siccome la vecchia insisteva, Pieréto cedette e le buttò giù un peréto. Ma non appena si mosse, perse I'equilibrio, scivolò e cadde giù dall'albero.
Povero Pieréto! La vecchia non esitò: lo prese e lo ficcò subito dentro al suo sacco per mangiarselo a casa in tutta calma.
Cammina, cammina, quando fu a metà strada, la strega avvertì un certo mal di pancia, così appoggiò il sacco ad una siepe e se ne andò nel campo di granoturco a fare i suoi bisogni.
Pieréto, che si rese conto dell'occasione, preso il coltello dalla tasca, tagliò un po' il sacco da un lato e si liberò. Poi lesto lesto andò a cercare alcune grosse pietre e le infilò dentro al sacco, affinché la vecchia non si accorgesse di nulla. Appena tornata, la strega raccolse il sacco e proseguì per la sua strada, senza notare la differenza.
Raggiunta la sua casa, accese subito un fuoco e preparò un bel pentolone grande pieno di acqua, perché aveva un certo languorino e voleva mangiarsi Pieréto.
Quando l'acqua fu bollente, prese il sacco e lo svuotò dentro la pentola. Così le pietre, cadendo di peso dentro l'acqua, schizzarono gocce bollenti sulla strega, scottandola tutta.
Nel frattempo Pieréto era scappato a casa e aveva raccontato l'accaduto. E quando arrivò la notizia che la strega era morta, tutti si misero a fare festa.
(www.scuolafaunistica.it)

Per saperne di più su di lei, però, occorre cercare nel libro «Fole Lilole»: qui lo scrittore Dino Coltro  racconta che a Roverchiara (VR) molti anni fa, per evitare che i bambini si avvicinassero troppo alle rive delle fiume, si usasse dir loro che in quei luoghi, per la precisione in una tana nascosta sotto l'argine Roverchiaretta, vivesse la Vecia Barbantana, conosciuta anche con il nome di "Dona Selvatica" o, addirittura "Bestia" poichè, oltre a gridare costantemente ed emettere suoni nient'affatto gradevoli, pareva esser per metà donna e per metà serpente. Custode, quindi, delle acque, come le sue "colleghe" anguane, non amava esser distrubata e, quando ciò accadeva, non si faceva scrupoli a divorare le proprie vittime. Di esse manteneva solamente le ossa che soleva poi piantare nel terreno: da esse nascevano gli arbusti di sanguinello.

Questo discorso sulle ossa, sulle urla e sul luogo in cui vivrebbe la Vecia mi hanno immediatamente portato alla mente la figura della Loba descritta da Clarissa Pinkola Estés:

"C'è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto. Come nelle favole dell'Europa Orientale, pare in attesa di chi si è perduto, di vagabondi e cercatori. 
E' circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagnia. Emette suoni più animaleschi che umani. 
Dicono che viva tra putride scarpate di granito nel territorio indiano di Tarahumara. Dicono sia sepolta alla periferia di Phoenix, vicino a un pozzo. Dicono che è stata vista in viaggio verso il Monte Alban su un carro bruciato, con il finestrino posteriore aperto. Sta accanto alla strada poco distante da El Paso, dicono; cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori verso Morelia, Messico; l'hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: La Huersera, La Donna delle Ossa; La Trapera, La Raccoglitrice, La Loba, La Lupa. 
L'unica occupazione della Lupa è la raccolta delle ossa. Notoriamente raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo."
(Da "Donne che corrono coi lupi", Clarissa Pinkola Estés)

La Vecia Barbantana, pertanto, altro non sarebbe che il retaggio nostrano di quella Donna Selvaggia che cerca di salvare tutti coloro che si perdono, al fine di donar loro nuova vita. 

Nelle zone montane e pedemontane del Veneto, sempre con il nome di Vecia Barbantana, si indica un'altro tipo di figura femminile, conosciuta anche come Redosega (da Erodiade, dea lunare), Vecia Marantega (da Mater Antiqua), Vecia Cuca o Donaza. Protettrice delle filatrici, la si poteva incotrare sempre con un fuso tra le mani, quello sul quale soleva avvolgere il filo delle vite atrui, esattamente come la Parca Lachesi. In quanto connessa alla divinità femminile lunare (motivo per cui le sue vesti sono nere), si dice che fosse proprio durante le notti del periodo natalizio che solesse scendere giù per i caminetti in modo da raggiunger le case altrui, recando "in dono" carbone, cenere e ossa.
Per evitare di ricevere una sua poco gradita visita gli abitanti della casa bagnavano la catena del focolare con dell'acqua benedetta.

Nel libro "Revine Lago, misteri, storie e leggende" di Lucio Tarzariol leggiamo inoltre che, nel trevigiano, la Redosega era solita passare dinnanzi alle case altrui, dopo il tramonto del 5 gennaio, per vedere se vi fosse qualche donna intenta ai lavori quali cucito, maglia, uncinetto o semplice filatura della lana: non voleva, in alcun modo, che questo accadesse! Proprio per questo motivo, se una malcapitata veniva sorpresa in simili lavori, nottetempo la Vecia avrebbe provveduto a tagliarle tutti i capelli.

Argine della Roverchiaretta, foto Gmaps

NdA: Ho scritto questa ricerca sulla Vecia Barbantana in esclusiva per il forum "L'Isola Incantata delle Figlie della Luna", sul quale potrete eventualmente trovare la versione "allungata". 

Immagine: Old Witch, Dina Tukhvatulina

© Monica Taddia


sabato 8 settembre 2018

Stay tuned, sono di ritorno!

Ciao amici!
Ahimè, il mio ultimo post risale circa ad un anno fa...
In questo periodo di tempo sono successe parecchie cose, non tutte particolarmente piacevoli, anzi. Solo negli ultimi giorni sono riuscita a ritrovare un poco di stabilità emotiva, o per lo meno ci sto provando. Sono mortificata: non aggiorno questo blog da molto, molto tempo nonostante io abbia un sacco di materiale su cui lavorare. Scrivere un articolo completo è molto più complesso rispetto allo scrivere un post personale. Inoltre ho notato che molte immagini correlate agli articoli sono sparite. Cercherò di metterci mano al più presto e, se qualcuno fosse interessato a collaborare con articoli scritti di proprio pugno (e senza scopiazzamenti dal web!) beh... Mi contatti pure senza problemi :D

Sono arrivata nel frattempo a quota tre blog ora e, prima di riprendere il ritmo, vado a delinearveli.

Italia Parallela: il mio blog storico inerente a miti, leggende, tradizioni e fatti misteriosi in Italia.
Directly from 80's: un po' blog un po' diario. Qui parlerò di cose molto più terra terra: libri, creatività, stupidaggini, cucina alternativa, corrispondenza, musica e chi più ne ha più ne metta :D 
Figlia di Avalon, figlia della Luna: questo blog, nato ieri sera dopo averci a lungo pensato, è la mia parte più profonda e personale. Qui scriverò tutto ciò che ha a che fare con il mio percorso spirituale (se non lo sapeste: sono pagana).

Potete decidere di seguirli tutti e tre, oppure seguire solamente quello/i che preferite, cliccando sulla sezione "Segui" presente all'interno di ogni blog! 

A prestissimo e grazie di cuore per l'appoggio, le visite, i commenti... Tutto!


lunedì 23 ottobre 2017

Teresa di Pesco Sannita

E' trascorso un anno dall'ultimo articolo scritto sul blog di Italia Parallela. Un anno nel quale gli imprevisti hanno avuto la meglio, impedendomi di trovare tempo e modo di scrivere. Sono successe molte cose da allora, e fortunatamente posso dire che la mia vita sia cambiata in meglio. Ora ho un lavoro, una casa, un meraviglioso fidanzato che mi sorregge in qualsiasi momento, amici stupendi e pile su pile di libri. 
Voglio ringraziare tutti coloro che hanno continuato a spulciare questo blog sperando di rileggermi: siete in tanti e vi ringrazio dal profondo del cuore uno per uno! 
Ho in mente moltissime novità e migliorie da apportare a questo blog ma per ora ci tengo a iniziare con un articolo al quale già da tempo stavo lavorando. La storia di Teresa.