martedì 30 giugno 2015

Lyda Borelli

"Nessuno sa spiegare cosa sia l'arte della Borelli, perchè essa non esiste. La Borelli non sa interpretare nessuna creatura diversa da sè stessa". Così parla di lei, in un articolo del 16 febbraio 1917, Antonio Gramsci
Nata a Rivarolo Ligure il 22 marzo 1884, Lyda Borelli fu figlia d'arte. Il padre Napoleone, la madre Cesira Banti e la sorella Alda erano, infatti, tutti attori teatrali di discreta fama. 

Il suo debutto avvenne in teatro già da bambina,  nel 1901, con una piccola parte in una commedia del Mariani dal titolo Il passaggio di Venere e, successivamente, ne I due derelitti.
L'anno seguente entrò nella compagnia diretta da Francesco Pasta e Virginia Reiter, dove riscosse un buon consenso del pubblico in La fortuna di Alfred Capus. 
Nel 1904 fu scritturata come prima attrice dalla compagnia Talli-Gramatica-Calabresi, debuttando nel ruolo di Favetta ne La Figlia di Iorio di Gabriele D'Annunzio. Trattandosi della prima rappresentazione teatrale dell'opera dannunziana, è facile immaginare quanto la popolarità dell'evento abbia contribuito a far conoscere il talento della giovane Lyda ad un esteso pubblico. 
Nel 1905 ricoprì il ruolo di protagonista nella Fernanda di Victorien Sardou, dove recitò accanto ad Eleonora Duse. 
Nel 1912 divenne capocomica nella compagnia Piperno-Borelli-Gandusio, con cui affrontò delle tournèe anche in Sudamerica e Spagna. In questo periodo interpretò importanti ruoli che la consacrarono al prestigio come, ad esempio, la Salomè dell'omonima pièce di Oscar Wilde.
Nel 1913 ebbe inizio la sua carriera cinematografica (terminata, però, nel 1918) interpretando la bella Elsa Holbein  in Ma l'amor mio non muore!, considerato il primo "diva film" del cinema italiano: l'esperienza fece di lei una vera  e propria diva, amata dal pubblico, la cui fama era eguagliata solo da quella di Francesca Bertini, altra grande figura del cinema muto italiano. 
Vennero addirittura coniati termini come "borellismo" e "borelleggiare" per descrivere il fenomeno di imitazione che scaturì nel pubblico femminile. Leggiamo infatti, nel Dizionario Moderno di A. Panzini (1923), la definizione del verbo borelleggiare come "lo sdilinquere delle femminette, prendendo a modello le pose estetiche e leziose dell'attrice Lyda Borelli".
Della sua interpretazione, il Berton scrisse: "Lyda Borelli non poteva scegliere migliore soggetto per dare una prima e magnifica prova del suo valore anche in cinematografia, e la «Gloria» non poteva crearle d’attorno un ambiente più completo, più decoroso, più adatto per darle tutte le illusioni delle grandi scene con quel di più di quadri al vero che le scene non possono offrire. Nel mentre, non so per quali ragioni, altre grandissime artiste e grandissimi artisti sulla scena, propriamente tali non si mostrarono sullo schermo che anzi parvero diminuiti, la Borelli vi si presenta con tutta la sua virtuosità; nulla perde né di valore, né di efficacia. Pare che davanti a tanta giovanile beltà l’obiettivo si sia piegato riverente al volere della diva; ed ogni atto, ogni motto, ogni contrazione, ogni sensazione pur sfuggevole, per impercettibile che fosse, abbia fermata e riprodotta sullo schermo. Abbiamo visto la gioia e il dolore svolgersi in tutte le loro fasi, con quella efficacia e semplicità di mezzi propri soltanto ai migliori artisti. Abbiamo visto fremere l’angoscia, e tutte le torture, le ambascie di un’anima riprodotte colla più impressionante verità. Abbiamo assistito allo strazio, alla disperazione cupa od esplodente, d’una creatura colpita negli affetti più intimi e più santi. In una parola abbiamo visto vivere e non recitare la parte." 
L'intensa espressività accuratamente studiata e le pose enfatiche caratteristiche delle sue interpretazioni, dimostrano quanto la Borelli fosse influenzata dal fenomeno del modernismo.
Rappresentò sullo schermo l'ideale della donna liberty e dannunziana per eccellenza, lo stereotipo della diva: le sue forme voluttuose ed i sui movimenti languidi e sinuosi facevano da contrappeso ai suoi atteggiamenti fatali e, in alcuni tratti, quasi oscuri.
I film successivi furono quasi  tutti rifacimenti di soggetti già interpretati a teatro come, ad esempio, La donna nuda e Madame Tallien. 
Nel 1918 fu diretta da Amleto Palermi in Carnevalesca, l'ultima sua apparizione cinematografica assieme a due successivi documentari di propaganda bellica, oggi purtroppo andati perduti: L'altro esercito (conosciuto anche come La leggenda di Santa Barbara) commissionato dal Ministero delle Armi e delle Munizioni, e Per la vittoria e per la pace!.
Nel giugno dello stesso anno sposò il conte ed industriale Vittorio Cini e si ritirò dalle scene, venendo purtroppo col tempo dimenticata. 
Morì a Roma il 2 giugno 1959 ed è oggi sepolta, assieme al marito, nel cimitero monumentale della Certosa di Ferrara. 

Filmografia:
1913 - Ma l'amor mio non muore!, di Mario Caserini
1913 - La memoria dell'altro, di Alberto Degli Abbati
1914 - La donna nuda, di Carmine Gallone
1915 - Fior di male, di Carmine Gallone
1915 - La marcia nuziale, di Carmine Gallone
1916 - La falena, di Carmine Gallone
1916 - Madame Tallien, di Enrico Guazzoni
1917 - Malombra, di Carmine Gallone
1917 - La storia dei tredici
1917 - Rapsodia Satanica, di Nino Oxilia
1918 - Carnevalesca, di Amleto Palermi
1918 - L'altro esercito (documentario perduto)
1918 - Per la vittoria e per la pace! (documentario perduto)

© Monica Taddia

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