giovedì 12 marzo 2020

L'anello di San Marco

Venezia, 25 febbraio 1342. Era una notte buia, fredda, di burrasca. "L'acqua cressie zerca cinque pie, plui major che se arichordasse guastando pozzi infiniti et molti restono anegati ne le case, o morti dal fresco": questo è il ricordo che ce ne viene trasmesso dai cronisti dell'epoca. 

Proprio quella notte, sulla Riva degli Schiavoni, un pescatore stava legando la propria barca ad una briccola, onde far ritorno alla propria dimora. All'improvviso un uomo in età avanzata gli si avvicinò chiedendogli urgentemente un passaggio verso l'Isola di San Giorgio. 
"Si tratta di una questione di vita o di morte" spiegò.

Il pescatore, pur stupito, decise di accettare l'incarico. E nonostante il tempo stesse notevolmente peggiorando, facendosi forza, giunse all'isola. Qui lo sconosciuto scese dalla barca e dopo aver chiesto al suo traghettatore d'attenderlo, si recò all'interno della chiesa di San Giorgio Maggiore, dalla quale uscì poco dopo assieme ad un giovane che aveva tutta l'aria d'essere un guerriero. 
Entrambi chiesero al pescatore di accompagnarli al Lido e, di nuovo, questi accettò, probabilmente ancor più sbalordito di prima. 

Ed ecco che al Lido, sotto violenti scrosci di pioggia, i due sconosciuti entrarono a San Nicolò, per poi uscirne con una terza persona e chiedere al pescatore di accompagnarli in mare aperto.
Ormai quest'ultimo era preso da una specie di euforia, quasi ad esser ben deciso di arrivar dritto in fondo alla faccenda. 

Non appena i tre uomini montarono in barca, improvvisamente, la pioggia cessò, il mare si calmò, la laguna divenne silenziosa. Nella notte illuminata dalle saette, ben presto si ritrovarono al largo. 
Di colpo un lampo illuminò qualcosa di spettrale: un galeone infuocato e carico di diavoli neri come la pece. Le onde divennero altissime.
Allora l'uomo più anziano si pose a prua, mentre la barca del pescatore si fermava sulla cima dell'onda più alta, e con un segno della croce ordinò agli spiriti maligni di andarsene. 
Presto una voragine si aprì proprio in mezzo al mare, inghiottendo al suo interno il galeone e i suoi malefici passeggeri. E quando tutto fu nuovamente calmo, avvicinandosi al pescatore, l'anziano rivelò la sua identità: egli altri non era che San Marco, mentre i suoi compagni erano San Giorgio e San Nicolò. I tre protettori di Venezia s'erano riuniti mossi a pietà dalle continue preghiere dei veneziani, onde salvarli da un maremoto provocato dalla maledizione di un misterioso Maestro di Scuola appartenente ad una delle più potenti Confraternite veneziane. 

Secondo alcuni cronisti dell'epoca-  tra cui Sabellico - si scoprì nel giro di poche ore che tal maestro, l'alchimista Messer Simonetto, era di San Felice e quella stessa notte "sia sta trovado apichado per la gola con una centura".

A seguito delle proprie spiegazioni, San Marco donò un anello al pescatore, chiedendogli di consegnarlo al Doge e promettendo che, assieme ai suoi due compagni, avrebbero protetto Venezia da ogni avversità futura. 

Non fu facile per il pescatore farsi ricevere dal Doge, ma quando riuscì nella propria impresa, Bartolomeo Gardenigo riconobbe il prezioso anello di San Marco, del quale era stata denunciata la scomparsa dalla Basilica proprio alcuni giorni addietro.
Il pescatore venne ricompensato con una ricca pensione e per tutta la vita non potè fare a meno di pensare a quella notte di tempesta in cui anche grazie a lui la città di Venezia fu salvata dalle forze del male.

Di questa leggenda esistono diverse varianti: alcuni l'ambientano due anni prima, altri concordano sul fatto che il terzo santo non fosse Nicolò bensì Teodoro. Di essa si celebra però il ricordo anche attraverso l'arte. Nel Cinquecento, il pittore veneziano Paris Bodoni dipinse "Consegna dell'anello al Doge", ora conservato alle Gallerie dell'Accademia di Venezia, mentre all'interno della Basilica di San Marco è conservato un arazzo del fiammingo Jan Rost dedicato alle storie del santo.

Immagine: Consegna dell'anello al Doge, Paris Bordon, 1534

© Monica Taddia

lunedì 10 settembre 2018

La Vecia Barbantana

La Vecia Barbantana è conosciuta in Veneto come una strega molto cattiva, molto brutta e con una discreta gobba sul groppone. Vestita costantemente di nero, s'aggirerebbe di paese in paese alla ricerca di bambini incustoditi al fine di catturarli e mangiarseli. Che ci riesca o meno, una cosa è certa: non sempre pecca di furbizia. Di seguito trovate una favola molto conosciuta sia in Veneto che in Emilia Romagna (in questa seconda regione con alcune varianti: la Vecia è una strega senza nome e il protagonista si chiama Pirinpinpin.) 

Pieréto e la Vecia Barbantana
C’era una volta un bambino di nome Pieréto. Un giorno durante una passeggiata vide un bel pero carico di frutti maturi, e pensò tra se: "Adesso mi arrampico sull'albero e mi faccio una scorpacciata di pere", e così fece.
In quel mentre passava di là una vecchia di brutto aspetto: era la Vecia Barbantàna, una strega cattiva che rapiva i bimbi, li metteva nel sacco e poi se lì mangiava.
La strega si fermò proprio sotto l'albero e chiese a Pieréto di buttargli giù una pera.
Ma Pieréto, che aveva sentito parlare di questa vecchia, le rispose: "No, perché tu sei la Vècia Barbantàna e mi metterai nel sacco". Siccome la vecchia insisteva, Pieréto cedette e le buttò giù un peréto. Ma non appena si mosse, perse I'equilibrio, scivolò e cadde giù dall'albero.
Povero Pieréto! La vecchia non esitò: lo prese e lo ficcò subito dentro al suo sacco per mangiarselo a casa in tutta calma.
Cammina, cammina, quando fu a metà strada, la strega avvertì un certo mal di pancia, così appoggiò il sacco ad una siepe e se ne andò nel campo di granoturco a fare i suoi bisogni.
Pieréto, che si rese conto dell'occasione, preso il coltello dalla tasca, tagliò un po' il sacco da un lato e si liberò. Poi lesto lesto andò a cercare alcune grosse pietre e le infilò dentro al sacco, affinché la vecchia non si accorgesse di nulla. Appena tornata, la strega raccolse il sacco e proseguì per la sua strada, senza notare la differenza.
Raggiunta la sua casa, accese subito un fuoco e preparò un bel pentolone grande pieno di acqua, perché aveva un certo languorino e voleva mangiarsi Pieréto.
Quando l'acqua fu bollente, prese il sacco e lo svuotò dentro la pentola. Così le pietre, cadendo di peso dentro l'acqua, schizzarono gocce bollenti sulla strega, scottandola tutta.
Nel frattempo Pieréto era scappato a casa e aveva raccontato l'accaduto. E quando arrivò la notizia che la strega era morta, tutti si misero a fare festa.
(www.scuolafaunistica.it)

Per saperne di più su di lei, però, occorre cercare nel libro «Fole Lilole»: qui lo scrittore Dino Coltro  racconta che a Roverchiara (VR) molti anni fa, per evitare che i bambini si avvicinassero troppo alle rive delle fiume, si usasse dir loro che in quei luoghi, per la precisione in una tana nascosta sotto l'argine Roverchiaretta, vivesse la Vecia Barbantana, conosciuta anche con il nome di "Dona Selvatica" o, addirittura "Bestia" poichè, oltre a gridare costantemente ed emettere suoni nient'affatto gradevoli, pareva esser per metà donna e per metà serpente. Custode, quindi, delle acque, come le sue "colleghe" anguane, non amava esser distrubata e, quando ciò accadeva, non si faceva scrupoli a divorare le proprie vittime. Di esse manteneva solamente le ossa che soleva poi piantare nel terreno: da esse nascevano gli arbusti di sanguinello.

Questo discorso sulle ossa, sulle urla e sul luogo in cui vivrebbe la Vecia mi hanno immediatamente portato alla mente la figura della Loba descritta da Clarissa Pinkola Estés:

"C'è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto. Come nelle favole dell'Europa Orientale, pare in attesa di chi si è perduto, di vagabondi e cercatori. 
E' circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagnia. Emette suoni più animaleschi che umani. 
Dicono che viva tra putride scarpate di granito nel territorio indiano di Tarahumara. Dicono sia sepolta alla periferia di Phoenix, vicino a un pozzo. Dicono che è stata vista in viaggio verso il Monte Alban su un carro bruciato, con il finestrino posteriore aperto. Sta accanto alla strada poco distante da El Paso, dicono; cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori verso Morelia, Messico; l'hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: La Huersera, La Donna delle Ossa; La Trapera, La Raccoglitrice, La Loba, La Lupa. 
L'unica occupazione della Lupa è la raccolta delle ossa. Notoriamente raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo."
(Da "Donne che corrono coi lupi", Clarissa Pinkola Estés)

La Vecia Barbantana, pertanto, altro non sarebbe che il retaggio nostrano di quella Donna Selvaggia che cerca di salvare tutti coloro che si perdono, al fine di donar loro nuova vita. 

Nelle zone montane e pedemontane del Veneto, sempre con il nome di Vecia Barbantana, si indica un'altro tipo di figura femminile, conosciuta anche come Redosega (da Erodiade, dea lunare), Vecia Marantega (da Mater Antiqua), Vecia Cuca o Donaza. Protettrice delle filatrici, la si poteva incotrare sempre con un fuso tra le mani, quello sul quale soleva avvolgere il filo delle vite atrui, esattamente come la Parca Lachesi. In quanto connessa alla divinità femminile lunare (motivo per cui le sue vesti sono nere), si dice che fosse proprio durante le notti del periodo natalizio che solesse scendere giù per i caminetti in modo da raggiunger le case altrui, recando "in dono" carbone, cenere e ossa.
Per evitare di ricevere una sua poco gradita visita gli abitanti della casa bagnavano la catena del focolare con dell'acqua benedetta.

Nel libro "Revine Lago, misteri, storie e leggende" di Lucio Tarzariol leggiamo inoltre che, nel trevigiano, la Redosega era solita passare dinnanzi alle case altrui, dopo il tramonto del 5 gennaio, per vedere se vi fosse qualche donna intenta ai lavori quali cucito, maglia, uncinetto o semplice filatura della lana: non voleva, in alcun modo, che questo accadesse! Proprio per questo motivo, se una malcapitata veniva sorpresa in simili lavori, nottetempo la Vecia avrebbe provveduto a tagliarle tutti i capelli.

Argine della Roverchiaretta, foto Gmaps

NdA: Ho scritto questa ricerca sulla Vecia Barbantana in esclusiva per il forum "L'Isola Incantata delle Figlie della Luna", sul quale potrete eventualmente trovare la versione "allungata". 

Immagine: Old Witch, Dina Tukhvatulina

© Monica Taddia


sabato 8 settembre 2018

Stay tuned, sono di ritorno!

Ciao amici!
Ahimè, il mio ultimo post risale circa ad un anno fa...
In questo periodo di tempo sono successe parecchie cose, non tutte particolarmente piacevoli, anzi. Solo negli ultimi giorni sono riuscita a ritrovare un poco di stabilità emotiva, o per lo meno ci sto provando. Sono mortificata: non aggiorno questo blog da molto, molto tempo nonostante io abbia un sacco di materiale su cui lavorare. Scrivere un articolo completo è molto più complesso rispetto allo scrivere un post personale. Inoltre ho notato che molte immagini correlate agli articoli sono sparite. Cercherò di metterci mano al più presto e, se qualcuno fosse interessato a collaborare con articoli scritti di proprio pugno (e senza scopiazzamenti dal web!) beh... Mi contatti pure senza problemi :D

Sono arrivata nel frattempo a quota tre blog ora e, prima di riprendere il ritmo, vado a delinearveli.

Italia Parallela: il mio blog storico inerente a miti, leggende, tradizioni e fatti misteriosi in Italia.
Directly from 80's: un po' blog un po' diario. Qui parlerò di cose molto più terra terra: libri, creatività, stupidaggini, cucina alternativa, corrispondenza, musica e chi più ne ha più ne metta :D 
Figlia di Avalon, figlia della Luna: questo blog, nato ieri sera dopo averci a lungo pensato, è la mia parte più profonda e personale. Qui scriverò tutto ciò che ha a che fare con il mio percorso spirituale (se non lo sapeste: sono pagana).

Potete decidere di seguirli tutti e tre, oppure seguire solamente quello/i che preferite, cliccando sulla sezione "Segui" presente all'interno di ogni blog! 

A prestissimo e grazie di cuore per l'appoggio, le visite, i commenti... Tutto!


lunedì 23 ottobre 2017

Teresa di Pesco Sannita

E' trascorso un anno dall'ultimo articolo scritto sul blog di Italia Parallela. Un anno nel quale gli imprevisti hanno avuto la meglio, impedendomi di trovare tempo e modo di scrivere. Sono successe molte cose da allora, e fortunatamente posso dire che la mia vita sia cambiata in meglio. Ora ho un lavoro, una casa, un meraviglioso fidanzato che mi sorregge in qualsiasi momento, amici stupendi e pile su pile di libri. 
Voglio ringraziare tutti coloro che hanno continuato a spulciare questo blog sperando di rileggermi: siete in tanti e vi ringrazio dal profondo del cuore uno per uno! 
Ho in mente moltissime novità e migliorie da apportare a questo blog ma per ora ci tengo a iniziare con un articolo al quale già da tempo stavo lavorando. La storia di Teresa. 

mercoledì 24 agosto 2016

Un pensiero per la popolazione colpita dal sisma

Lo staff di Italia Parallela si stringe con cordoglio attorno agli abitanti delle zone colpite dal sisma di stanotte, in particolare di Accumoli e Amatrice.
L'Italia perde un importante pezzetto di sè.

Un pensiero va alle persone che hanno perso la vita ed ai sopravissuti. 
C'è bisogno di un aiuto concreto!
Seguite le indicazioni della protezione civile attraverso l'account Twitter, Facebook ed al Contact Center 800 840 840.
L'Avis vi invita a donare il sangue: informatevi presso la vostra sede più vicina. 
Non siamo italiani solo quando c'è la partita di calcio o quando veniamo rappresentati alle Olimpiadi... Lo siamo sempre. Specie in questi casi.

Un abbraccio virtuale e solidale. #coraggio


La memoria è necessaria, dobbiamo ricordare perchè le cose che si dimenticano possono ritornare: è il testamento che ci ha lasciato Primo Levi. (Mario Rigoni Stern)

Monica, Iole, Federica, Marisa, Adalgisa

lunedì 27 giugno 2016

La tormentata storia del castello di Buttrio


Non molto lontano dal fiume Natisone e a soli 12 km da Cividale del Friuli sorge, sulla Pampinutta, tra i Colli Orientali, il Castello di Buttrio. Già il nome della collina dal quale domina monti e pianure rivela la presenza delle preziose viti (il cui pampino è, appunto, la foglia) che fanno da cornice all'incantevole luogo, tutelato dal Ministero dei Beni Culturali e sede attuale di una struttura ricettiva alberghiera ed un'azienda vinicola.

mercoledì 22 giugno 2016

Una nuova ipotesi sui misteriosi graffiti della Grotta dell'Addaura

Siamo in Sicilia, nel Golfo di Mondello, a pochi kilometri da Palermo. Sul Monte Pellegrino, in uno scenario mozzafiato dove la terra incontra il mare, una delle antiche grotte ivi presenti cela un insoluto mistero. 
Stiamo parlando del complesso composto dalle tre Grotte dell'Addaura all'interno delle quali si trova un graffito la cui interpretazione fa ancora discutere storici e appassionati di archeologia.