L'isola deve la sua forma di nave a un episodio accaduto qualche secolo più tardi, nel 293 a.C., quando una terribile epidemia di peste colpì la città. Venne quindi inviata una nave ad Epidauro, dove si trovava il Tempio di Esculapio (dio della medicina), per potersi rifornire del medicinale capace di debellare l'epidemia. Al ritorno della nave ci si rese conto che era imbarcato, a insaputa di tutti, anche un grosso serpente, il quale, una volta rivista la luce del sole, scappò rifugiandosi presso l'isola tiberina. Ciò venne interpretato come un segnale divino (il serpente era infatti l'animale identificativo di Esculapio) e, per ricordare l'accaduto, diedero all'isola l'attuale forma, in modo da ricordare per sempre l'approdo del Dio sulla loro terra.
A seguito dell'episodio, venne inoltre innalzato un tempio dedicato a Esculapio, purtroppo distrutto nel Medioevo. Sulle sue rovine, attorno all'anno 1000, Ottone III fece costruire la Basilica di San Bartolomeo all'Isola. Qui, di fronte all'altare maggiore, è conservato tutt'ora il pozzo dal quale veniva attinta un'acqua ritenuta miracolosa fino a pochi secoli fa.
Secondo altre fonti, pare che invece l'isola sia stata costruita sopra al vero relitto di una nave romana, sulla quale sono poi state costruite una prua e una poppa in pietra, ed un obelisco al centro, a mò di pennone. Tuttavia, questa teoria non ha fondamenti degni di nota.
Non tutti sanno che nel bel mezzo dell'isola si trova un ex obitorio: è un complesso di camere mortuarie con tanto di gabinetto per le autopsie che, nel 1920, venne utilizzato come istituto di ricerca, senza l'apporto di significativi restauri. Nel libro Città eterna, città occulta di Fulvia Cariglia, veniamo a conoscenza della storia di due ingegneri che decisero di trasferirsi per un po' di tempo all'interno di questi laboratori, per poter effettuare esperimenti importanti sulla radiotelefonia. Di giorno tutto scorreva liscio e tranquillo, ma di notte ne accadevano di tutti i colori: flebili risate, urla raccapriccianti, porte trovate improvvisamente aperte e viceversa. I due ingegneri più volte cercarono di capire chi potesse essere l'artefice di questi scherzi, ma invano. Il mistero, ovviamente, non è mai stato svelato.
Restando nei sotterranei dell'Isola Tiberina, riscopriamo una tradizione del XVII secolo: ai tempi la Confraternita dei Sacconi Rossi aveva il compito di ripescare coloro che erano annegati nel Tevere (e che nessuno aveva reclamato) per potergli dare una santa sepoltura. Le ossa venivano deposte nelle cripte sotterranee della basilica, “decorandone” le pareti. Questa Confraternita, il cui nome deriva dal cappuccio e dal mantello rosso da loro indossati, ha da sempre sede a San Bartolomeo all'Isola, ed ogni 2 novembre, dai primi anni ’90, organizza una processione notturna in ricordo dei morti annegati, culminante nell’omaggio di una corona di fiori gettata nelle gelide acque del Tevere.
© M. Taddia
Isola Tiberina, immagine da romanoimpero.com

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