mercoledì 20 marzo 2013

La verità sul vampiro di Venezia

Nel giugno 2006 nell’isola del Lazzaretto Nuovo, vicino a Venezia venne eseguito una scavo per riportare alla luce i corpi delle vittime della peste che infestò la città nel 1575.
Il lazzaretto Nuovo era infatti una fossa comune in cui venivano ammassati tutti i cadaveri degli infetti per evitare il contagio.
Dagli scavi fu ritrovato un cranio molto particolare: all’interno della sua bocca vi era conficcato un mattone.
Il resto del corpo era intatto fino alla cassa toracica.
Attorno al cranio furono rinvenuti anche due grani di rosario, un segno di sepoltura tradizionale o un segno di maledizione?
Matteo Borrini, antropologo dell’università di Firenze e studioso di crimini decise di fare suo il caso.
Dallo studio ai raggi X del cranio esso escluse che la pietra fosse stata conficcata nella bocca prima della morte del soggetto, non erano presenti infatti tracce di lesioni evidenti sul tessuto osseo, solo alcune cicatrici leggere, rimarginate quando il soggetto era ancora in vita.
Borrini si recò a Firenze, alla biblioteca Medioevale, in cui trovò molti libri su usanze e cultura dell’epoca.
Un libro molto interessante che lo aiutò a portare avanti la sua ricerca fu il “trattato sulla masticazione dei morti” in cui venivano descritti tutti i metodi possibili per uccidere un vampiro e la descrizione di questi ultimi.
Per la sua ricerca indagò inoltre sulla situazione di Venezia, quando nel 1575 la città era ricca e fiorente, importante rotta di commercio e un punto d’incontro di studiosi e scienziati.
Poi arrivò la peste bubbonica che mieté 200 milioni di vittime in un solo anno.
I Veneziani iniziarono  a provare repulsione nei confronti dei forestieri, temendo che essi portassero malattie e addirittura il demonio  nella loro comunità.
La gente era terrorizzata, paranoica e superstiziosa e pronta a far nascere molte leggende sul male.
Nacque così la storia dei vampiri.
Allora però questi esseri misteriosi non erano chiamati vampiri (termine che entrò in uso solo nel 18° secolo) ma “morti viventi che camminano”.
Questi mostri, descritti come esseri goffi e stupidi non bevevano il sangue delle loro vittime ma ne mangiavano direttamente la carne e le viscere e disseminavano ovunque male e terrore.
Sul libro “trattato sulla masticazione dei morti” Matteo trovò un curioso scritto del teologo Philip Rohr sul Nachzeher, nome composto dalle parole tedesche Nacht (notte) e Zehrer (divoratore).
Il Nachzeher nasce da una leggenda Polacca (vogliamo far notare che molti Ebrei dalla Polonia andarono a Venezia quindi potrebbero aver portato con loro e diffuso la leggenda di questo mostro).
Si tratterebbe di un bambino morto alla nascita soffocato dal cordone ombelicale o di una donna morta per annegamento.
Questi esseri non si sarrebbero però trasformati totalmente in vampiri, sarebbero rimasti sospesi tra la forma umana e quella del vampiro, immobili nella loro tomba a masticare come bambini il loro sudario, labbra e altri parti del loro stesso corpo fino a riuscire a liberarsi ed uscire dalla tomba per cibarsi di altri corpi e quindi diventare un vero e proprio vampiro.
Per uccidere il Nachzeher vi si dovevano infilare in bocca delle monete o dei mattoni.
Perché il soggetto studiato da Borrini era stato quindi soggetto a questo macabro rito? Che tipo di mostro era?
Borrini decise di fare analizzare, al dipartimento dell’Università di Roma il DNA del cranio, per capire se questa persona era un forestiero e dal responso si venne a conoscenza che il soggetto era Europeo.
Intanto svolse accurate analisi sulla mandibola e sul processo mastoide (parte del cranio dietro all’orecchio) per determinare il sesso dell’individuo e scoprì che era una donna, scoperta molto sconvolgente perché la leggenda narra che i vampiri possono essere solo maschi.
Una donna di un ceto non molto agiato, indicazione scoperta dopo le analisi sulle ossa effettuate da Alessandro Bacci e Flavio Bartoli dell’università di Pisa, incenerendo una parte di esse per vedere gli elementi di cui erano composte principalmente).
Risultò che la donna si cibava prettamente di cereali e vegetali e non di carne.
Altre analisi al cranio e successivamente ai denti canini (analisi effettuata dall’odontoiatra Emilio Munsorese) attribuirono alla donna un’età tra i 61 e i 71 anni, un’età molto elevata per allora, visto che la maggior parte della popolazione non superava i 40 anni.
Quindi perché questa donna europea, di ceto medio, in età avanzata era stata così brutalmente sepolta?
Forse, vista l’età avanzata la popolazione la vedeva come una strega, in accordo col diavolo.
Bisogna infatti ricordare che in quel periodo, dal 1400 al 1600 era in atto la caccia alle streghe e 60 mila presunte streghe furono uccise.
 Alcuni in quel periodo credevano inoltre che le streghe, i vampiri e i non morti fossero la stessa cosa, chiamavano questi esseri malefici UPIR e sostenevano che essi dovessero essere uccisi tutti alla stessa maniera.
 Matteo Borrino scoprì su un libro di un letterato delle prove scientifiche riguardo queste creature:
Nel 1952, in una fossa comune fu scoperto un “mostro” con il ventre gonfio, non decomposto totalmente e anzi, la pelle gli si era staccata dal corpo ma poi gli era ricresciuta, così anche come le lunghe unghie e capelli.

Siamo sicuri che fosse davvero un mostro?
All’epoca la popolazione non sapeva diagnosticare tutti gli stadi della morte.
Poteva acadere che persone venissero credute morte ma in realtà erano solo in uno stato di morte clinica (arresto cardiocircolatorio). In queste condizioni una persona si potrebbe ancora riprendere e quindi la medicina moderna non la reputa ancora morte totale (che avviene quando si verificano altre due condizioni, morte respiratoria (reale) e morte nervosa (morte legale).
 Quindi queste persone venivano seppellite vive e si potevano rialzare e impazzire per lo spavento di vedersi seploti.
Inoltre va ricordato che gli effetti della decomposizione di un corpo nei primi 4 mesi dopo la morte sono:
- perdita di liquidi (così si spiegano le tracce di sangue trovate attorno alla bocca di alcuni defunti)
- unghie lunghe, fenomeno ottico dovuto alla ritrazione della carne attorno all’unghia
- corpi gonfi, dovuto al ristagno e putrefazione dei liquidi interni al corpo
- colorito roseo
Probabilmente coloro che accatastavano i corpi nelle fosse osservavano questi fenomeni verificarsi su alcuni corpi e pensando che il soggetto fosse diventato un mostro organizzavano riti per ucciderlo totalmente (per esempio gli infilavano un mattone in bocca).
Quindi la ricerca di Matteo Borrini è portata a conclusione, il cranio ritrovato a Venezia non appartiene ad un vampiro o comunque a nessun mostro, ma ad un’anziana donna.
Per darle pace e far riaffiorare la sua vera identità Matteo ne ha ricostruito il volto con l’argilla, tramite accurati studi su muscoli, ossa e pelle.
La sua vera identità quindi è stata svelata e la signora può quindi riposare in pace.

© Antonella Balboni

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