Qui si narrano le avventure di Bartolomeo Chiozzi, idraulico e matematico del Seicento, giunto a Ferrara dalla città di Mantova per risolvere problematiche legate al risanamento di alcune zone paludose, oltre che problemi di medesima natura quali la costruzione di ponti e le deviazioni di corsi d'acqua.
Burbero e poco propenso alla vita sociale, viveva in quello che è stato poi ribattezzato Vicolo del Chiozzino, quasi all’angolo con via Ripagrande, all'epoca numero 0 del Vicolo della Fornace, di cui ancora oggi si può vedere l’enorme ciminiera, più volte ricostruita nel corso dei secoli, e dove furono cotti ceramiche e mattoni per l’edilizia fino ai primi anni del Novecento.
La passione per la sua professione lo portava a proseguire i suoi studi anche a notte inoltrata: chiunque passasse sotto la finestra dei suoi laboratori giurava di averlo visto all'opera su strani alambicchi e di aver sentito non solo strani rumori, ma anche la voce di un interlocutore sconosciuto. Di qui al pensare che l'uomo si desse all'alchimia e parlasse nottetempo con Satana in persona, il passo fu breve.
Secondo alcuni, fu il diavolo stesso a far visita al Chiozzino, meravigliato dalle sue prodezze e deciso a stringere un'alleanza con un uomo così singolare.
In realtà, la più probabile delle ipotesi vedrebbe il collocarsi della nostra storia in pieno periodo medievale inquisitorio. L'uomo, studioso d'ingegneria idraulica, viveva a stento del poco lavoro che riusciva a procurarsi, e molto probabilmente avrebbe continuato a vivere in tale maniera se, la notte del 31 ottobre di un anno non specificato (c'è chi dice 1480, due secoli dopo, o addirittura nel 1700), non avesse trovato aperto il portone di un palazzo ora situato al numero 29 di via Ripagrande.
Il suo sogno era sempre stato quello di poter vivere all'interno di tale dimora, per cui non resse alla curiosità di entrare e scoprire quantomeno come sarebbe stato camminare protetto da quelle mura confortevoli. L'esplorazione del palazzo lo portò in una stanza (forse una cantina) in cui trovò un curioso e misterioso baule. Cautamente lo aprì... ed ecco spuntare un grimorio ed alcuni strumenti che egli identificò come alchemici. L'uomo, meravigliato, intuì che d'altro non potesse trattarsi se non di un segno del destino e decise di portare a casa questo tesoro, iniziando a studiare immediatamente il contenuto del grimorio. La sua caparbietà lo premiò: il 29 novembre dello stesso anno egli riuscì a trarre un incantesimo che lo ammise al cospetto di Mefistofele in persona.
Da quel momento, l'uomo strinse un'alleanza con il diavolo, patto che sarebbe durato ben 20 anni, durante i quali Bartolomeo avrebbe ottenuto fama, lavoro, denaro e amore. Al termine di tale periodo il diavolo si sarebbe "preso cura" della sua anima.
L'uomo accettò, e prodigiosamente la sua fama iniziò ad accrescersi sempre di più, procurandogli tutto ciò che aveva sempre sognato. E, sì, anche il palazzo di via Ripagrande.
Diventato oramai un personaggio illustre, continuava tuttavia ad essere visto con sospetto dai suoi concittadini, specialmente a causa della vicinanza continua del suo socio, Fedele Magrino detto Urlone, persona dall'aspetto e dalla voce bizzarri che lo accompagnava ovunque. E di chi poteva trattarsi se non del diavolo da lui stesso richiamato?
Il ventennio fu proficuo e pieno di soddisfazioni, e le sue opere riuscirono a risolvere addirittura problemi oltre il confine: fu infatti convocato alla corte viennese per arginare lo straripamento del Danubio. Un problema talmente urgente che il suo fedele servitore lo portò nel giro di una sola notte in terra austriaca, in tempo per evitare ingenti disastri. La ricompensa fu ovviamente altissima.
Nonostante tutto, però, gli anni passavano e il termine stabilito dal demonio si avvicinava. Quando giunse il fatidico giorno in cui avrebbe dovuto onorare il patto con Mefistofele, Bartolomeo lo allontanò da Ferrara con una scusa, inviandolo a Comacchio a procurargli delle erbe mediche per la cura della gotta. Questi tornò a notte inoltrata, ma Bartolomeo lo vide giungere dalla finestra proprio mentre stava per imboccare la strada.
Si diresse di corsa verso la vicina chiesa di S. Domenico e vi entrò un attimo prima che la campana suonasse l’ultimo rintocco della mezzanotte. Il diavolo, conscio di essere stato raggirato, si girò furiosamente e assestò una fortissima pedata contro la colonna del portone d’entrata. Il sacerdote uscì, munito di acqua santa, ed iniziò a seguirlo: il diavolo cercò di sfuggirgli dirigendosi a Barco, ma qui rimase intrappolato nella spianata del Bentivoglio, dove ancora adesso, nelle giornate ventose di novembre, si odono i suoi lamenti e le sue urla di rabbia, tanto che gli abitanti del luogo lo hanno ribattezzato l’Urlon dal Barc (l'Urlone di Barco).
Foto: l'impronta del diavolo sulla chiesa di San Domenico, © storiedipianura.it

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