Le persone intervistate sono tutte donne (eccetto il marito di Anita che però era stato operato alle corde vocali e partecipava solo a gesti e disegni sulla terra per farmi capire lo scopo di alcuni attrezzi da lavoro), nate e cresciute Ribba ma ora residenti altrove nella Val Germanasca. L’età media era di circa sessantacinque anni, eccetto la figlia di Ilmes, che partecipava anch’ella attivamente al racconto delle usanze valdesi e aveva circa ventisei anni. A parte una normale diffidenza iniziale si sono tutti dimostrati assolutamente disponibili a farmi partecipe delle loro storie a metà tra leggenda e verità.
L'economia della Val Germanasca anticamente era basata sull'agricoltura montana (molto avara) e sull'allevamento animali. Tutto è mutato però dalla seconda metà del settecento fino a circa dieci anni fa con lo sfruttamento intensivo dei vasti giacimenti di talco purissimo e più verso il pinerolese di giacimenti di grafite.
Questa nuova fonte di reddito anche se durissima ha dato inizio all'abbandono progressivo dell'allevamento per il lavoro in miniera (i mariti di Ilmes, Anita ed Elena erano minatori). La religione Valdese fa di questa una popolazione fiera delle proprie origini e incredibilmente combattiva rispetto a tutte le intrusioni culturali non Valdesi. Questo fortunatamente permette la conservazione di riti ed abitudini molto antiche oltre al fatto di sentirsi raccontare storie e leggende anche da bambini in giovane età.
La leggenda della faisagna (Ilmes)
"Quando eravamo bambine di sei, sette, otto anni che volevamo uscire ed andare anche fino al primo paese, ci dicevano che c’era la faisagna, che sarebbe l’asino in fasce che ci veniva incontro, ci sbarrava la strada e ci diceva che non potevamo passare. Una volta più in giù di Ribba, dove ci sono quelle cascatelle (venendo da Praly ndr), c’era un mulino e se non stavi attento la faisagna ti prendeva."
"Ah, quindi era pericoloso?"
"Quello della faisagna grande no ma quello della faisagna citu sì."
Le leggende delle fantine (Anita)
"Quella delle fantine, che avevano raccontato ad un fattore che dal latte avrebbero ricavato oltre al burro ed al formaggio anche il miele e la cera. Il fattore che era stato troppo curioso a voler vedere come facevano (per carpirgli il segreto ndr) ha rotto l’incanto e da allora dal latte si poté fare solo il burro ed il formaggio"
La leggenda della mianda (baita dei pastori in pietra ndr) del nido dell’orso(sopra Indiritti) (Anita)
"C’erano due sorelle di Villa di Praly, che andavano su con le mucche d’estate e c’erano queste fantine che si presentavano sotto sembianze di animali e queste sorelle andavano su la sera a pulire le mucche quando rientravano dal pascolo e andava sempre la stessa sorella e c’era sempre un gatto che tutte le sere arrivava mentre lei mungeva e lei gli dava una ciotola di latte. Una sera questa sorella non ha potuto andar su ed è andata l’altra e quando è arrivato ‘sto gatto gli fa "Eeeh, gatto vai al diavolo!!! Cosa vuoi!" ed allora questo gatto è uscito ed ha fatto franare un pezzo di terreno, che dicono che veramente c’è quel punto che fa un po’ di avvallamento, ed ha detto "Finchè esistano famiglie di nome Rostàn (il cognome delle sorelle ndr) a Villa, mai più fantine esisteranno a Praly!""...."Però di Rostàn a Villa oggi ci sarà oramai più una persona o poca roba...allora le fantine arriveranno di nuovo??...questo lo aggiungo io." (Anita)
La leggenda della sconosciuta e del fidanzatino (Anita)
"Quello che andava a trovare la sua ragazza ed un giorno incontra una che gli domanda "dove vai?". Lui dice "Vado a trovare la mia ragazza" e questa gli fa "Oh, portale questo bel fiocco rosso, vai dalla tua ragazza e falle un bel fiocco intorno al collo", lui fa "Oh, bene, sisì, è bello, sarà contenta" e strada facendo c’era una pianta e fa "Adesso provo a vedere come posso fare un bel fiocco" e come ha avvolto il nastro attorno alla pianta la pianta si è incendiata! ...non so, suppongo che fosse una specie di malocchio..."
La leggenda delle due volpi ed il viandante (Anita)
"Venivano su, una volta a piedi o coi cavalli e salivano su dalla Gianna (che è il nome di una miniera di talco ndr) verso Praly e man mano che venivano su c’erano due volpi che venivano su anche loro e mano a mano queste volpi erano sempre più grosse, sempre più grosse. Ad un certo punto lui ha trovato una sacchétta noi diciamo ..cioè una bisaccia e queste volpi gli hanno detto "Raccoglila!" e lui l’ha raccolta e man mano che veniva su questa pesava, pesava e pesava sempre di più, allora ad un certo punto l’ha buttata via e la sacchétta si è fatta una bella risata! E le volpi sono sparite! …Burlone eh?"
Antichi medicamenti (tutte hanno partecipato)
Se uno aveva mal di schiena, ma qui non è come nei paesi del sud dove erano più attaccati alle tradizioni eccetera, ma se aveva battuto si faceva un impacco di lardo non salato, punte di porri e foglie di geranio e questo è provato e funziona, lo ho provato sulla mia persona. Tutto macerato e battuto legno su legno ed il lardo deve essere vecchio anzi, se è rancido e puzza va ancora meglio, anche se è di un anno o due! ..io poi ci metto anche delle foglie di incenso che è selvatico e viene vicino l’orto, che noi chiamiamo ‘ncens ma non è l’incenso delle vostre chiese.
Se poi c’erano delle ferite metteva la piantaggine, quando c’è un’infezione la sola foglia appoggiata sopra tira via il pus ed è vero!
E le bronchiti si curavano anche con la crusca calda, si facevano degli impacchi caldi con degli stracci e questa crusca era come la polenta per dire... e si metteva sullo stomaco o sulla schiena. Lo ho fatto ancora io poco tempo fa! Anzi so che lo fanno anche con la grana di lino, a mio figlio che è stato ricoverato al Regina Margherita anni fa per una bronchite spastica gli hanno fatto impacchi di grana di lino cotta non bollente ed ha aiutato, l’ha ammorbidito
L’incenso fa poi bene quando da bambino ha... i vermi, sa? Io da piccola ne ho bevuto di quel tanto, è amarissimo ed anche qua si fa un decotto.
Poi per la tosse si raccoglieva la lichia, quella verde che viene sugli alberi... Il lichene."
"A proposito, io so la favola del lichene."
La favola del lichene (Anita)
"C’era tantissimo lichene nella vallata di Rodoretto su alla balma(località ndr) e non era un’erba secca così, era un’erba verde che quando le pecore e le capre la mangiavano facevano molto latte e questa vecchia, la signora Meiniè, doveva andare ad un matrimonio ed al mattino ha munto le sue pecore e le sue capre e poi "le lascio chiuse perché le metto fuori mangiano il lichene, producono di nuovo latte devo mungerle un’altra volta e non vado più al matrimonio" e poi le capre sono scappate e sono andate a mangiare il lichene ed ha dovuto mungerle un’altra volta prima di andare al matrimonio ed allora fa " Ma diaù, portaise via il lichene!" ed alla sera quando lei è ritornata dal matrimonio tutto il prato, là dove insomma c’era il lichene che era bello verde era tutta una cosa secca e da allora il lichene è rimasto sempre secco per la maledizione di questa vecchia."
La storia leggenda di Ribba (Anita)
"Ribba una volta non era qua , ma lassù, sotto i tredici laghi e avevano avvisato che il lago della carota, che attualmente è un gruppo di pozzangherine e che era proprio sopra le case, sarebbe straripato e c’era un uccellino che diceva in francese "Ribbassìn, ribbassìn fuyet fuyet, que le làc de la carotte se largè" ed una vecchina aveva detto che lei non voleva assolutamente andare via e non è andata via ed il lago ha straripato ed ha portato giù tutta la borgata di Ribba."
La leggenda del lago dell’uomo (Ilmes)
"C’era uno che aveva chiesto la mano della figlia ed il signore gli fa "Se la vuoi devi attraversare questo lago a cavallo di un caprone", l’uomo prese un caprone, ha attraversato il lago, torna indietro e il signore dice "Va bene, ti do la mano di mia figlia" e l’altro pensa "Se l’ho fatto una volta lo faccio ancora un’altra, gli faccio vedere io a questo" ed invece quando è arrivato a metà lago il caprone era stanco ed è andato a fondo e ‘sto caprone aveva un campanello e se si ascolta bene lo si sente suonare ancora adesso a Torino... Però dicono che quel lago al centro avrebbe un turbine perché l’acqua arriva ma non si sfoga, non esce, magari ha un buco in fondo al lago."
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Testimonianze raccolte ad Elva il 1 Settembre 1999, un comune montano che conta diciannove borgate in Val Maira (CN) a 1650 mt di quota. Ora scarsamente abitato, solo settanta anni fa contava più di duemila persone.
L’economia attuale è principalmente l’allevamento di bestiame per la produzione casearia. In passato come ci è stato raccontato da alcune signore, Elva rappresentava uno dei comuni più ricchi ed intraprendenti dell’area geografica in cui si trova.
La ricchezza di storie e leggende di cui alcune sono state riportate, ne fa una zona di grande interesse culturale ed antropologico considerando inoltre, che siamo già in Occitania, regione estesissima ed interessantissima che comprende tutta la fascia occidentale del Piemonte e Liguria, del sud della Francia e di Parte del sud della Spagna.
La leggenda del Pelvo (Lorenza Brunarosso)
"Quella del Pelvo, che c’era una donna che aveva sette figli pastori, e li ha mandati al pascolo delle mucche su di là sulle pendici del Pelvo ed il Pelvo li ha uccisi tutti e sette coi suoi massi e la donna gli ha mandato una maledizione, gli ha detto che "finchè tu vivrai mulinerai, cioè macinerai pietre e dalle tue pendici cadranno pietre fino a consumarti, infatti comunque ogni tanto quando cambia il tempo, si dice così, si sentono proprio i massi che franano, infatti c’è un posto che frana di continuo."
La pecora che diventava pesante (Lorenza)
"Dietro il colle del Cavallino un uomo arrivava da San Martino era andato a fare il mercato e ritornando ha trovato questa pecora che era malata, allora ha pensato bene di caricarsela a spalle e portarsela a casa per farla guarire, però ogni passo, ogni percorso un po’ più avanti che andava questa pecora pesava sempre di più e niente, non ce la faceva più ed allora l’ha buttata giù e gli ha detto che pesava come il diavolo e questa pecora ha continuato a rotolare in giù e si è trasformata in diavolo."
L’asu ciarge ‘d pajo (Lorenza)
"Quello dell’asino carico di paglia, che se i bambini piccoli si allontanavano da casa questo asino ti prendeva e ti rapiva, ti portava dentro la sua caverna e non uscivi più da lì, di dice l’asu ciarge ‘d pajo cioè l’asino carico di paglia."
La leggenda di Brione (Lorenza)
"C’è un viadotto dove avevano tagliato degli alberi e si lasciavano così i pezzi di tronco ancora nella terra ed emanavano dei gas che poi si incendiavano e la gente pensavano che fosse la paura proprio, lo spirito della paura e allora si mettevano lì e pregavano perché avevano il terrore di questa cosa e di lì non passava più nessuno comunque, e le ragazze di quel posto lì non erano contente perché nessuno ci andava più."
Le masche (Lorenza)
"Di solito i ragazzi andavano a vedere le ragazze e una sera avevano sempre un gatto nero che li seguiva e il gatto nero è già simbolo di sventura, allora una sera hanno pensato bene di accopparlo e allora gli hanno tirato una bastonata e gli hanno rotto un braccio, il giorno dopo sono andati a messa e il prete aveva il braccio al collo e si pensa che il prete si incarnava in un gatto nero e seguiva in giro la gente."
L’assenzio (Lorenza)
"Nelle stalle, quando una aveva partorito mettevano dei mazzi di assenzio e gli si dava fuoco, si diceva che disinfettava, oppure si facevano dei mazzi nelle case che si diceva che c’erano le masche e partivano ed andavano fuori."
La leggenda della chiesa di Elva (Costanzo)
"Il luogo fu scelto da un asino che, cericato delle pietre della vecchia parrocchia, divenuta troppo piccola per le necessità delle fiorenti borgate, vi si fermò a brucare, risolvendo in un sol colpo i dubbi e le diatribe sorte tra gli abitanti su dove edificare la nuova chiesa."
I caviè (Maria)
"A Elva erano i precursori del lavoro terziario, i caviè che erano delle persone che durante l’inverno andavano a raccogliere i capelli del pettine, prima di tutto per Londra per i lord e poi hanno imparato in pratica i ragazzi a Londra ed hanno impiantato il laboratorio di parrucche a Saluzzo. Intanto raccoglievano i capelli dal pettine e questo dalle signore anziane e poi raccoglievano le trecce e andavano nel Veneto, andavano nel bolognese, in Toscana, raccoglievano le trecce delle ragazze giovani che praticamente gli rasavano la testa a zero e davano in cambio mai del denaro ma dei pezzi di stoffa che era preziosa. E questo solo nelle borgate di Elva. Il comune conta diciannove borgate ed a quei tempi c’erano da duemila a duemila duecento persone e c’erano molti giovani. Ce n’è rimasta una sola famiglia che lo fa ancora qua, ma abita a borgata Martini."
LE RICETTE
I ravioles (Maria)
"E’ un tipico piatto occitano, in pratica sono dei gnocchi allungati e invece di avere l’uovo come amalgama nell’impasto hanno il formaggio dentro e si mangiano con panna e formaggio fuso, anche con il burro fuso, con un piatto di quelli sei a posto."
I funghi della via d’l serpent (Maria)
"Sono funghi bianchi tipo gli champignon, e per quello la chiamano la via del serpente, perché quando ne trovi uno poi segui, sono tipo champignon solo che poi si aprono e rimangono sempre croccanti, vanno molto bene messi via sott’olio."
Lorenza Brunaroso 28 anni - Maria 55 anni - Costanzo 58 anni
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Racconti e leggende raccolti a Dronero (provincia di Cuneo) in data 17/08/1999.
Persone intervistate: Manuel Collino (21 anni), sig. Piero Raina (78 anni).
Testimonianza registrata: Leggenda del ponte del Diavolo, Il Pelvo e le sue leggende, Il Diavolo di San Bernardo, Il libro magico sono testimonianza del Sig. Raina, non è stata possibile la registrazione.
IL PELVO E LE SUE LEGGENDE
Una madre aveva sette figli. Quand’erano piccoletti, la madre raccontava loro che il Pelvo d’Elva posava sopra una fondamenta d’oro. Cresciuti e fattisi robusti i sette ragazzoni tutti insieme si dettero a scavare ai piedi del monte per discoprire tutto quel tesoro. Ma dal Pelvo disturbato si staccò una grande frana che li travolse e li seppellì. La madre disperata grida al monte la sua maledizione: "Pelvou, Pelvouroun, m’as soutrà sept fiolastroun. Ma veiares...tan que duro lou temp, tu sempre runares". Si diceva che una volta il Pelvo fosse così alto che le nuvole non avessero mai da accarezzarne la punta, sempre piantata nel sereno. Un giorno di nebbia sui colli una pastorella volle salire lassù per incontrare il sole. Dalla cima essa vide un mare bianco di lana che si stringeva e s’estendeva attorno., all’infinito. E fece per posare il piede, lasciarsi andare su quel mare per riposarsi e sognare... precipitando nel vuoto, di roccia in roccia. Da quel momento il monte s’abbattè su se stesso arrendendosi agli attuali 3064 metri di quota, e la sua punta sovente è avvolta da cumuli e vortici di nubi che la percuotono con tuoni e lampi. Alle frangie del Pelvo, sulla roccia dell’Asino a 2644 metri di altezza si apre una fenditura, voragine tenebrosa, che penetra profondamente nelle viscere del monte. I pastori la chiamano "il buco del diavolo". Delle capre perdute attratte dall’erba camosciera che cresce sulla bocca del baratro ne vengono inghiottite. Dei massi gettati dentro si sentono rimbalzareper un bel pò finchè l’eco dei colpi si smorza e muore come come un lamento d’anime dannate... In un giorno d’estate pieno di sole un vecchio pastore volle raggingere la rocca e il pertugio per... saperne qualcosa...Piegato sul buco maledetto lancia un grido, un grido di forti parole:"Al mondo vi è nulla di triste, nulla di triste nel mondo di là,l’inferno non esiste". Da cavità misteriose un eco profondo ne ripercuote l’ultima parola: esiste...esiste...Con un brivido freddo nel sangue, gli occhi sbarrati al nero abisso, i pugni serrati, il vecchio pastore ripetè più forte il suo grido:"Non esiste l’inferno, no, no!". E l’eco fedele risale, scandisce più volte: no...no...
IL DIAVOLO DI SAN BERNARDO
La rudimentale pittura sul frontale della cappella di San Bernardo alle Traverse ci ricorda una fiorita storia d’amore. Pauleta del Chastel, bella ragazza del posto, era contesa da due spasimanti, Nadin di Costabella pastore, virtuoso del piffero e Gian di Caire, piottor vagante. Ora avvenne che al tempo di Pauleta i massari di detta cappella commissionarono a detto pittore un quadro murale raffigurante il Santo Bernardo da Menthon con il diavolo di faccia sinistra et repugnante, provvisto di corna et coda tenuto alla catena. Gian di Caire accorgendosi che la dolce Pauleta gli si dimostrava un pò freddina, forse in effetti delle maliose sonate del pifferaro,per disincantarla e ritrarla a sè, pensò bene di effigiare il diavolo con le fattezze caricaturate del bel Nadin. Non l’avesse mai fatto. La ragazza vista l’opera, indispettita ed anche offesa per via di quelle corna, s’armò di lunga scala, pentolino con acqua di calce e terra d’ombra, pennello, lanterna e petrolio e nottetempo s’adoperò a cancellare l’orripilante raffigurazione. Riposti gli attrezzi, anzichè rimettersi a letto, nella serena luminosità della notte, s’avviò alla montagna. Rasentando gli abitati, passò il rivo delle Grange risalendo il versante di Chiosso per minuti sentieri, incurante dell’erba alta e rugiadosa che le bagnava il sottanino. Pauleta pervenne al fondo di Costabella che incominciava a farsi giorno. Alla sommità l’aspettava il sole e la capanna di un bel pastore. I cani di guardia alla bianca greggia l’annunciarono al suo Nadin. Che mi porti stella del mattino?. Son venuta per dirti che dovremo far le carte per sposare. Ma è proprio per Pauleta che oggi, osservando l’antico affresco, balza agli occhi la grossa catena penzoloni al braccio del Santo Bernardo che si perde in volute di colore ed i resti d’una piccola capanna di pietre fesse, lassù oltre il bricco degli Ortili sulls dorsale che porta diritto alla rocca dell’Asino, conserva il nome di Cabano del Diau. Il Santo Bernardo riportato su una grande tela di pregevole fattura dietro l’altarino della cappella di Brione invece non è senza demonio. Qui satanasso è vivo, d’una bruttezza indescrivibile. Un muso verde rame a mezzo tra il lupo e il caprone, due occhi spiritati, bramosi di peccato, una lingua serpentina che avanza dalle fauci dentate per mezzo metro, due corna nodose e puntute che ovviamente cercano qualcuno da infilzare. L’elaborazione del quadro è dovuta anche da noi ad un motivo ben curioso. Di fianco alla cappella, sulla stradina che taglia a mezzo la borgata, c’è un buco a fior di roccia che soffia caldo. Quel calore non è avvertibile, ma è ben dimostrabile quando cade la neve, per qualche metro attorno allo strano pertugio stenta a far presa sul terreno ed anche dopo una copiosa nevicata si fonde in brevissimo tempo. Dal che si poteva presumere che il buchetto nero penetrasse in profondità sino alle soglie dell’inferno e con ciò si comprende molto bene la premurosa rappresentazione voluta dai nostri vecchi.
IL PONTE DEL DIAVOLO O PONTE VECCHIO
Ultimati i lavori di costruzione, nessuno, a causa dell’arditezza delle arcate, aveva il coraggio di togliere le impalcature per timore che il ponte crollasse nelle acque del Maira. Mentre capomastro e progettista cercavano una soluzione che salvasse loro la faccia, si avvicinò il Diavolo proponendo un patto: egli avrebbe provveduto a togliere l’armatura che ancora cingeva l’opera, prendendosi in cambio l’anima del primo che vi fosse passato sopra. Il contratto fù stipulato e Berlicche iniziò nottetempo a disarmare le arcate. Le sue fatiche durarono tutta una settimana, tempo che i Droneresi sfruttarono proficuamente tenendo a stecchetto un grosso cane.Giunto il momento in cui occoreva pagare il debito, gli abitanti portarono l’animale, ormai furioso per il lungo digiuno, all’imbocco del ponte e dopo avergli fatto dondolare davanti al muso una gustosa forma di "nostrano", la lanciarono verso l’esterefatto Diavolo che si vide così precipitare addosso cane e formaggio in un solo turbine, rabbioso, per essere stato preso in giro in modo così umiliante, fù costretto ad andarsene, non prima però di aver lasciato la sua impronta caprina sul masso all’ingresso del ponte.
MODI DI RICONOSCERE LE MASCHE
Era masca la signorina che faceva il verso del merlo, che fischiettava, poi da vecchia fiutava tabacco.
Le masche andavano a messa, il prete riusciva ad individuarle perchè le vedeva capovolte nel momento in cui pronunciava l’orates frati.
Solo le donne erano accusate di essere masche.
Altro modo per riconoscere le masche consisteva nel mettere una fiammella sull’uscio di casa, a seconda di quello che capitava... cioè se si muoveva la persona poteva essere un pò masca , se si spegneva era sicuramente una masca.
IL LIBRO MAGICO
Ce l’aveva un prete del paese. Un prete dell’antichità don Is..., come il profeta. Come mai ne fosse venuto in possesso nessuno lo sapeva. Si avanzava l’ipotesi che a metterglielo fra le mani fosse stato qualche diavolaccio non proprio cattivo...o qualche santuccio non del tutto buono.. Era un libraccio in carta pecora, vecchio, grinzoso, da risalire certamente ai primordi del sapere umano. E poi scritto a mano, in calligrafia, ma con caratteri misteriosi e un’infinità di segni stranissimi, di figure mostruose e con certe pagine vergate in un rosso così vivo che pareva sangue. Don Is... lo teneva in conto più del breviario ed a forza di guardarci là dentro ne aveva scoperto tutte le formule e i segreti. Il libro era magico e dava al suo fortunato possessore che sapeva leggerlo per il giusto verso la facoltà di fare qualsiasi cosa gli venisse in mente, di ottenere i più grandiosi e spettacolari fenomeni come sarebbe oscurare il sole, la luna, munire di coda lunghissima una stella mai vista e nelle notti d’agosto farne cadere tante di stelle e, sulla terra, suscitare il vento, scatenare gli uragani, rimuovere persino le montagne e simili altre cose da sbalordire. Che tenesse quel libro dannato lo sapevano tutti, ne era al corrente persino il Vescovo, anzi una volta che questi venne ad Elva in visita pastorale, don Is...glielo fece vedere e siccome la salita al paese dalla strada principale di Valle Maira riesce assai lunga e disagevole perchè deve arrancare attorno ad un monte aspro e scosceso, il Monte Bettone,gli disse che se voleva dargliene pe3rmissione avrebbe provveduto, nel giro di un oremus a spostare quel monte sì da rendergli più comoda e spedita la discesa e risparmiargli una tremenda arrampicata per il ritorno ad Elva in altra occasione. Ma il vescovo non volle saperne. L’omo propone e Dio dispone. E Dio, quel monte l’ha messo lì a presidio d’una terra incantevole, a difesa di un piccolo mondo ancora incontaminato. Noi lasciamolo stare. Gli Elvesi con la loro tenacia ed il loro coraggio sapranno bensì aprirsi un varco, costruire una strada nuova, più agevole e breve per comunicare con la valle e trarsi dall’impaccio di questo monte con una impresa che li avrebbe nobilitati nel tempo e nel mondo. La via della Comba, la strada dell’impossibile. Così sentenziò il Vescovo Eccellente ed il buon sacerdote memore del suo voto di obbedienza alla gerarchia non oppose motto,con grave scapito dei suoi parrocchiani che avrebbero avuto l’animo a far di testa sua. Vero è però che in altre occasioni a mezzo del suo libro magico li soccorreva assai. Regolava il calore del sole, l’armonia delle stagioni, dissolveva la nebbia,disperdeva gli influssi menagrami delle masche, rabboniva gli spiriti folletti. Una volta per divertimento gli riuscì di trasformare per un momento il Pelvo in un vulcano che eruttava nuvolette da quella fenditura che s’apre sulla rocca dell’asino, la cui profondità si dice raggiunga gli inferi e la gente gridava che era la fine del mondo. Un’altra volta di sera fece anche questo gioco: pose sul tetto della chiesa due candele accese, poi sollevò un grosso temporale imponendo alle candele di non spegnersi a nessun costo e per quanto che il vento soffiasse rabbiosamente e la pioggia cadesse a rovesci non ci fù verso di spegnere quelle fiammelle diritte e ardenti che bucavano la tempesta e le tenebre.Ma un giorno che il prete per certe sue incombenze dovette assentarsi dal paese, a causa del suo libro capitò un gravissimo guaio. Il buon uomo aveva bensì pensato a fare giurare la perpetua che in sua assenza mai e poi mai avesse tolto quel libro tra mani e, Dio guardi, mostrato a chichessia. Al giovane curato fresco di seminario che temporaneamente lo rimpiazzava in parrocchia ed aveva tutta l’aria di annoiarsi in canonica, la brava donna certa di fare opera pia ed anche per cavarsi un’immensa curiosità dette a vedere il libro proibito. Egli si mise a sfogliarlo e tentò anche di leggerlo, ma, siccome non lo leggeva per il verso buono, accaddero in un momento i più orrendi fenomeni che si possono descrivere. E quando l’incosciente lettore si dette anche a scorrere le pagine in rosso sangue, lingue di fuoco corsero il cielo, cupi boati scossero le montagne le cui punte oscillavano paurosamente, dalle fonti sgorgavano acque livide e ribollenti mentre un’acre odor di zolfo emanava per ogni dove ed in un ghigno perverso compariva sul volto esagitato dei nostri ballatori scatenati ed in capo a molti di essi spuntarono delle protuberanze ossee. Per fortuna don Is...stava tornando.Dall’alto della Cavallina intravvide la sua piccola patria in preda a tanto sconvolgimento e ne intuì subito la ragione. Si tirò su la sottana annodandosela alla vita, si calcò in testa il berretto a spicchi e giù di gran corsa verso il campanile, la canonica, giusto ancora in tempo per rimettere le cose a posto. Rileggendo là dentro come sapeva lui, ricompose il cielo nel suo manto d’azzurro, ridonò splendore al disco del sole....Cessò la arabanda, rientrarono le protuberanze in capo alla gente.Ma dopo di allora non si fidò mai più dei giuramenti della perpetua(e delle donne in genere) e per evitare altri guai non più riparabili tenne il libro costantemenye sotto chiave. Venendo a morte dispose che l’infernale oggetto fosse murato in uno dei due grossi pilastri che sostengono il portichetto della cappella di San Pietro e Paolo. La cappella è crollata in questi anni, buttata giù dalla neve, ma i pilastri di cui uno ritiene in se un così magico e terribile tesoro, si reggono ancora a tener su una parte del tetto a lose e vengono indicati al visitatore di Elva come una delle sue più singolari curiosità.
Centro Venturelli - Centro di documentazione della tradizione orale
Immagine: Ponte del Diavolo a Dronero, da vallemaira.org

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