Ospedale pedagogico di Aguscello

Un po' di storia

L’edificio che oggi conosciamo come ex ospedale pedagogico di Aguscello, borgo della periferia est ferrarese, nasce intorno al 1870 come residenza privata. I documenti dell’epoca testimoniano infatti l’acquisto del lotto tramite asta pubblica da parte dei fratelli Pareschi.

Nel 1896 la proprietà passò a un notabile, che ne ottenne l’usufrutto per concessione dell’allora vescovo Enrico Grazioli, versando l'ingente somma annua di 12 mila lire.

Le sorti della villa cambiarono nel 1933, quando il dottor Giovanni Bernardi e la moglie Amelia Guerra acquistarono l’edificio. Fu proprio Amelia a decidere di destinarlo a struttura sanitaria, trasformandolo in un ospedale per malati di tubercolosi.

In quegli anni la cura della tubercolosi in Europa stava conoscendo importanti progressi e anche in Italia vennero introdotti nuovi approcci terapeutici (basti pensare al vaccino sviluppato proprio sul nostro territorio), oltre alla nascita dei Consorzi Provinciali Antitubercolari nel 1922. In questo contesto molte residenze vennero riconvertite in strutture sanitarie dedicate al trattamento della malattia, come avvenne ad esempio per l’istituto pneumologico dell’Isola di Sacca Sessola a Venezia.

Giovanni Bernardi assunse il ruolo di primario dell’istituto di Aguscello, contribuendo all’attività di cura in un periodo in cui gli studi e le terapie legate alla tubercolosi stavano facendo significativi passi avanti.

Nel 1940 la struttura venne acquisita dalla Croce Rossa Italiana, che la ribattezzò Villa Misericordia e ne modificò la funzione, destinandola a ospedale psichiatrico per bambini di età inferiore ai tredici anni. All’interno venivano accolti fino a circa trenta giovani pazienti, spesso definiti “difficili” e in molti casi allontanati o dimenticati dalle famiglie di origine.

Dalle testimonianze locali e da fotografie apparse su quotidiani nazionali (al momento non ho potuto verificare questo dato) emerge che la struttura fosse dotata di arredi, lettini, sedie a rotelle e strumenti utilizzati per terapie convulsive, in linea con le pratiche mediche diffuse prima della riforma Basaglia e con i protocolli adottati all’epoca per i casi ritenuti complessi.

L’istituto svolse questa funzione fino al 1970 circa, quando venne definitivamente chiuso.

La nascita della leggenda 

Fu proprio dopo l’abbandono che iniziarono a circolare numerose leggende. Si diffuse, ad esempio, la voce secondo cui i bambini sarebbero stati utilizzati come cavie per esperimenti e che, al momento della chiusura, le attrezzature per elettroshock sarebbero state occultate o rimosse. Qualcuno afferma di aver visto parti dei macchinari gettate nei fossi adiacenti alla struttura. Le cartelle cliniche e i documenti, invece, risultano tuttora conservati presso il comitato provinciale della Croce Rossa Italiana di Ferrara.

Tra le ipotesi più diffuse, seppur prive di riscontri, vi è anche quella di un incendio di origine dolosa che avrebbe coinvolto la struttura e i suoi ospiti, costringendo il personale a portarli ai piani superiori dove avrebbero trovato la morte. A questa narrazione si aggiunge quella della presunta sepoltura in una fossa comune nel parco o nei boschi circostanti, ma anche in questo caso non esistono prove né resti che confermino tali eventi. Un’altra ipotesi parla invece di un’epidemia che avrebbe colpito i piccoli degenti.

E non può certo mancare un fantasma!. La storia parla di un bambino, Filippo Erni, descritto come vivace ma poi coinvolto in episodi violenti,. Questi avrebbe infatti ucciso a coltellate tre compagni per poi buttarsi da una delle finestre dell'ultimo piano. Il suo corpo? Mai ritrovato. Ma in molto giurano di aver visto il fantasma di un bambino aggirarsi tra l'ex ospedale e l'ampio parco circostante. 

Altri racconti parlano di presenze infantili, lamenti notturni, giostrine che si muoverebbero da sole e fenomeni inspiegabili nel parco, oltre a ipotesi di messe nere, sparizioni e persino un bambino murato vivo. 

La verità

Ospedale pedagogico di Aguscello
Un elemento ricorrente in molte di queste storie riguarda la gestione della struttura, spesso attribuita a suore. In realtà, diverse testimonianze dirette riferiscono che l’istituto fosse gestito da personale laico e qualificato, in particolare da crocerossine, e che non vi fosse presenza di ordini religiosi nella gestione quotidiana. Le stesse testimonianze, provenienti da ex dipendenti, familiari o persone che hanno frequentato la struttura, smentiscono categoricamente le versioni più estreme circolate nel tempo, descrivendo invece un ambiente destinato all’accoglienza e alla cura di minori con difficoltà familiari, comportamentali o di apprendimento.

Nel complesso, i documenti disponibili e le testimonianze dirette ci parlano di un istituto medico-pedagogico attivo nel proprio contesto storico, riconosciuto come una delle principali strutture del territorio insieme ad altri centri analoghi e successivamente abbandonato, lasciando spazio alla nascita e alla diffusione di numerose leggende popolari che ne hanno alimentato il mito.

Nel 2015 la Croce Rossa Italiana ha messo infine all’asta il complesso, comprendente tre edifici per circa 1400 metri quadrati e cinque ettari di terreno, con una base d’asta fissata a 938.000 euro. Attualmente la zona è sottoposta a videosorveglianza.


© M. Taddia 
Foto: M. Taddia, esplorazione urbana da esterno, 2010/2011